Le sue caviglie sono diventate d’argilla.
Troppe battaglie.
Troppi difensori affrontati senza paura. Senza tirarsi mai indietro anche quando i suoi piedi chiedevano il contrario. Quando il suo fisico avrebbe preferito riposare. Oggi col dolore lancinante ci convive: una caviglia bloccata dall’artrosi e cartilagini volate via come il più crudele dei gol sbagliati. Ma nel suo sguardo quella dignità dei grandi.
Di chi ringrazia ogni giorno per la vita avuta.
Gabriel Omar Batistuta era così: non poteva stare senza giocare, senza sfidare se stesso prima degli altri; senza infilarsi gli scarpini e prepararsi a dannarsi anima e corpo per la sua maglia.
Batigol, Re Leone, Bati.
Tanti soprannomi e una certezza: è stato uno dei numeri 9 più forti del dopoguerra, il centravanti per eccellenza: forte fisicamente, caparbio e decisivo.
Non si arrendeva mai.
Oggi, all’approssimarsi dei 50 anni l’argentino di Reconquista ha deciso di girare un docu-film sulla sua vita, “El numero nueve”, “il numero nove” ; e come altro avrebbe potuto intitolarsi un film sulla sua vita? Su quel gigante che segnava gol a raffica come una mitragliatrice impazzita.
“L’ho fatto per i ragazzi, per i bambini che si avvicinano al calcio. Per mandare loro un messaggio: se ci credi e ti impegni puoi fare qualsiasi cosa. Puoi realizzare i tuoi sogni”.
Il suo “sogno bambino” era questo e lo ha realizzato: giocare al calcio.
Nato e cresciuto a Reconquista, ai confini remoti della sua terra, Batistuta ha visto i sacrifici dei suoi genitori, lavoratori senza sosta per costruire argini intorno all’incertezza, per edificare un nuovo futuro.
Quel futuro aveva le sembianze di un bimbo un po’ grasso soprannominato per questo “El gordito” il cicciottello. Biondo, con gli occhi celesti e la grinta del Puma in fondo all’anima. L’appuntamento col destino era un pallone da buttare in fondo al sacco.
Il Newell’s Old Boys di Marcelo Bielsa, il River dei milionarios, il Boca del popolo e poi l’Italia: la Fiorentina (suo grande amore) la Roma e lo scudetto di uomini straordinari, una piccola parentesi all’Inter e poi i milioni del Qatar per chiudere una carriera entusiasmante. Nel 2001 quando la lira stava per andare in pensione, divenne il calciatore più pagato in Italia: 12 miliardi l’anno, due in più di Vieri che ne guadagnava 10.
In campo lo accompagnava “it’s my life” di Bon Jovi: era la colonna sonora della sua vita da trentenne.
Ha vinto poco.
Meno di quanto avrebbe potuto e meritato.
Ha avuto offerte dai più forti club d’Europa, ma ha sempre scelto squadre meno attrezzate delle tradizionali grandi perché preferiva la sfida: “ mi faceva sentire Vivo, era la mia medicina”, ripete oggi. Ha scelto una carriera più difficile di altri ma più di altri che hanno vinto molto è rimasto nel cuore: in Argentina per tutti è lui l’ultimo vero “numero nueve”; più di Higuain che vive con l’ombra del Re Leone appiccicata addosso come una sentenza: non sarò mai forte come lui. Batigol è l’ultimo centravanti ad aver vinto qualcosa con la maglia della Seleccion: due coppe América. Ha giocato tre mondiali, con lui Maradona, Simeone, Caniggia, Almeyda, Veron: tanto forte quanto sfortunata quella Nazionale. Una sorta di nemesi con la Coppa del Mondo. Una specie di maledizione.
I ricordi sono tanti.
Si accavallano uno sopra all’altro, quasi infiniti.
“Avrei potuto vincere di più, ho molti rimpianti. Ma il calcio è così: perdi più di quanto riesci a vincere”.
La solitudine del grande campione del passato non gli appartiene: sposato da 30 anni con Irina (alla quale dedicò un “Irina te amo!” dopo un gol contro il Milan in Supercoppa), quattro figli, i genitori che invecchiano con serenità, una fiorente attività imprenditoriale (produce una delle migliori carni argentine al mondo) Batistuta è un uomo felice. Ha ancora casa a Firenze, l’Italia nel cuore e quelle dannate caviglie malandate che lo accompagnano.
5 anni fa chiese a un ortopedico di “amputarmi i piedi”. Il dolore era insopportabile. Oggi sta meglio, il gigante non si arrende. “El numero nueve” di gol ne ha fatti tanti. Troppi per chinare la testa al destino avverso. Il Re Leone.
Fiero.
Con la certezza che il più bello dei gol debba ancora arrivare.
Una nuova sfida.
Un nuovo inizio.
All’alba dei cinquanta anni Gabriel Omar Batistuta è ancora e sarà per sempre Batigol.
Un bambino che sognava un pallone…
Marco Lollobrigida (giornalista sportivo)



















