“Si pronuncia Manchèster o Mànchester?”, chiediamo alla signora bionda che guida il taxi. Lei è un po’ pingue, sorridente e allegra. Resta di stucco quando qualche minuto prima ci apre la portiera del cab e noi decliniamo gentilmente aprendole la sua.

“You’re a real gentleman”, ci dice. Sorridiamo. E le chiediamo di accompagnarci all’Ethiad Stadium, la tana del Manchester city.

Torniamo alla pronuncia.

“Dipende”, ci spiega.

“Da quale parte della città provieni. Mio marito è del sud della città e dice Manchèster. Io invece dico Mànchester. Fa lo stesso. Non è un errore né in un senso né in un altro. Si può dire in tutti e due i modi”.

Ci toglie un dubbio che è durato anni. La ringraziamo.

Lei tifa Utd, la squadra dalla storia gigantesca: quella di Bobby Charlton, George Best, Matt Busby. Il grande Utd. Quello delle tre coppe dei campioni. I red devils sono la squadra di tutti, del popolo, degli immigrati, degli stranieri e hanno fans in ogni parte del Regno Unito.

I citizens sono appunto la squadra dei cittadini, di quelli del centro. Di chi è nato a Manchester e basta. Sono radicati nella città ma hanno una storia giovane. Ci sono voluti gli arabi per far loro tornare a vincere la Premier League (quasi 50 anni) e competere in Champions, per farli arrivare a lottare con lo Utd che quando va male vince una Europa League.

Per il City fanno il tifo i fratelli Gallagher, gli Oasis degli anni 90, una delle tante band nate in questa città dell’Inghilterra fatta di case a mattoncini ocra e profumi di fish and chips che si incastra tra le piccole vie percorse da gente che va di fretta e barboni che bevono birra con lo sguardo segnato da una vita difficile.

Non c’è molto da vedere. A parte il grande magazzino Arndale, una sorta di Lafayette. Roba dozzinale, sedicenti ristoranti italiani e portoghesi, piccoli artigiani che riparano orologi e gioielli.

Curioso. Orologi e gioielli. Riparazioni veloci. Mah.

Così scrivono sull’insegna che sovrasta il bancone simile a quello di un bar. Arndale è enorme. Ti ci perdi dentro.

Da un negozio di souvenir filtra leggera la voce di Gallagher. È “wonderwall”, un pezzo bellissimo dello straordinario album What’s the story Morning glory.

Qua sono tutti orgogliosi degli Oasis. E dell’influenza che la musica di questa città ha avuto nella storia globale delle tendenze, delle sonorità nuove da proporre. Gli Smiths di Morrissey, gli Stone Roses, I Take That, i Chemical Brothers; gli straordinari Simply Red o gli Swing out sisters di Breakout, leggera musica di ricordi gioiosi degli anni ottanta.

Manchester è calcio e musica.            

Il City affidato alle mani geniali di Pep Guardiola, uno dei tecnici più vincenti in attività, punta dritto a vincerla la Champions League. Ha uno stadio nuovo, bellissimo, con una cittadella dello sport all’avanguardia. Una sala stampa attrezzata, nuovissima, un Wi-Fi veloce e sicuro. Tutto funziona alla perfezione. Le sterline che lo sceicco Mansur ha versato nelle casse del club sono tante e non finiscono mai. Un pozzo di San Patrizio, senza trappole, senza fine, almeno fin quando da Abu Dhabi avranno voglia di dare un futuro alla squadra della borghesia. La Champions è la splendida ossessione. È scritta sui muri della città, nei perimetri della vita dei vecchi operai, quel sogno che è riscatto globale, vernice blu raffigurante bimbi che giocano sulle nuvole. La Champions è tutto questo per i citizens. Quel grande torneo che ti consacra tra le migliori di sempre, è la porta dorata della gloria e della storia. Il nome scritto nei tempi a venire.

Guardiola l’ha già vinta quasi alla noia con il suo Barcellona, da calciatore prima e da allenatore dopo. Un genio della tattica.

Elegante e serio.

Talvolta serioso.

L’opposizione mentale e fattasi persona di Josè Mourinho. Un dualismo che ha arricchito il calcio negli ultimi 10 anni almeno.

Il boss Catalano conosce il sentiero impervio della grande coppa. Sa come domare le paure, come tramettere il senso della vittoria ai suoi calciatori.

Un leader. Amato come un padre, protetto come un fratello, seguito come un re.

Indica strade dove gli altri vedono piccoli vicoli ciechi e bui.

Guardiola e i suoi cittadini.                      

Quelli che sognano sulle note di what’s the story morning glory. Poco importa che la pronunci Manchèster o Mànchester. L’essenza della città non cambia. Quella della rivoluzione industriale, delle grandi band: I Bee Gees ispiratori di una intera generazione , i Joy Division e i loro successori New Order.

Quella del calcio.

E di un sogno che non svanisce mai. Che tu sia cittadino o diavolo rosso.

In terra o in cielo. Un bambino che gioca con un pallone, qua lo troverai sempre. E magari la sera va a suonare in qualche pub…

Marco Lollobrigida (giornalista Rai)

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E' un giornalista italiano di Rai Sport, voce e volto della Domenica Sportiva. Inizia a poco più di venti anni, con la passione di un ragazzino, facendo tutta la gavetta per anni in alcune tv locali, ed inizia le telecronache con un derby Roma-Lazio di calcio a 5 di vecchie glorie, per entrare finalmente in Rai nel 2001. Inizia come telecronista di coppa Italia, per arrivare nel 2012 a commentare gli Europei e nel 2014 i Mondiali di calcio. Conduttore di diversi programmi Rai dedicati al mondo dello sport, tra cui Calcio Champagne, nel 2019 arriva al timone di "La Domenica Sportiva" insieme alla collega Giorgia Cardinaletti.