Un po’ Balotelli.
Un po’ Drogba.
Un po’ Lukaku.
Ecco. Si riparte con la giostra delle somiglianze, mentre si dovrebbe far partire quella delle differenze, dell’unicità.
Moise Kean ha una storia come tante: calcio e passione. Volontà ed estroversione. Giovane e forte. In lui convivono coerenze e dicotomie. Cose da smussare e altre da esaltare : come è normale sia per uno della sua età.
Kean si è preso le copertine e i titoli dei giornali. Le prime pagine dei quotidiani più autorevoli: la sua è la classica bella storia da raccontare. Una di quelle che il calcio regala con una mai stanca retorica. È nato a Vercelli da genitori Ivoriani il 28 febbraio del 2000 e ha cominciato a calciare un pallone come tanti bambini all’oratorio: il Don Bosco. Poi lo prende il Toro, con la Juve che è dietro l’angolo, nel destino. Alla vecchia Signora un gioiello così non poteva sfuggire. Lo osservano e decidono di scommetterci. Gavetta, incertezze, difficoltà e talento: gol e prodezze. Forza e fantasia. Un predestinato, come lo ha definito il ct della Nazionale Mancini. Con la Finlandia diventa il secondo più giovane della storia ad aver segnato in maglia azzurra: meglio addirittura di sua maestà Gianni Rivera, il Golden boy. La traiettoria verso l’alto è appena iniziata. E dentro al calciatore c’è un giovane uomo che ha le passioni dei ragazzi: l’hip hop, la moda, i tatuaggi. Simboli della sua generazione: è amico del rapper Shade (tifoso juventino), è molto attivo sui social network dove vanta quasi un milione di followers: posta video della sua vita, delle sue passioni.
Come fanno gli adolescenti di oggi: è il loro linguaggio, il loro sistema di comunicazione. Allegri vigila sul suo talento: “non esagerate! Non è né Messi né Ronaldo. Deve crescere con serenità e non montarsi la testa”. In bianconero ha molti leader che lo proteggono: da Bonucci a Chiellini e calciatori da cui apprendere comportamenti e trucchi: da Cr7 lo spirito di sacrificio, la serietà e la dedizione senza ripensamenti. E come trasformare il pallone in giocate imprevedibili e uniche.
I gol in Nazionale lo hanno caricato: non era facile dopo tanto rumore mediatico rientrare in un alveo di normalità. Con l’Empoli ha dimostrato di esserci riuscito: le luci della ribalta non lo hanno stordito. Anzi. È entrato e ha segnato un altro gol. Numeri da grande per un ragazzo appena entrato dalle porte della notorietà.
Gestirne il talento e la bravura. Lavorare sui difetti, perdonare qualche caduta, attenderlo e non criticarlo eccessivamente quando arriveranno momenti difficili.
Ha un ombrello.
Bianconero.
Quello che più di ogni altro protegge dalle intemperie.
Uno scudo, la sua squadra.
Una forza, la sua fantasia.
Il coraggio di essere normali, la garanzia per il futuro.
Se Moise Kean resterà umile e coi piedi per terra, l’Italia avrà trovato il centravanti che cerca da anni.
E la Juve un altro campione. Ma questa è un’altra storia. Anzi: la solita storia…
Marco Lollobrigida (giornalista Rai)



















