“Sono nato a Brownsville, Brooklyn. Mia madre…”
Al centro del palco c’è lui, Mike Tyson; dietro scorrono le foto della sua vita, e lui parla come un fiume in piena, mima come un attore consumato, trasuda empatia che mai sul ring quando mandava al tappeto gli avversari accennava di avere.
L’artefice di tutto questo è quel genio di Spike Lee.
Il pubblico in teatro ascolta la parola di Iron Mike come fosse un sacerdote. Il sacerdote di se stesso. Una pagana liturgia che lascia paralizzati dalla curiosità e la ricercatezza del racconto.
Una vita, la sua. Quella di uno dei pugili più forti della storia.
Amato.
Odiato.
Temuto.
Beffato dal destino e dai suoi errori.
La gloria: gli avversari stesi come panni inermi.
Sono finiti faccia a terra tutti sotto la potenza del suo montante: Berbick, Spinks, Holmes, Bruno…
La caduta: a Tokyo nel 1990 con James Buster Douglas, conseguenza di un matrimonio andato a rotoli.
La galera: la pena scontata per stupro nel carcere americano duro e difficile.
La mancata resurrezione: le sconfitte e il morso all’orecchio di Holyfield, rappresentazione un po’ triste di una fine forse annunciata.
Il carcere logora, invecchia l’anima più del corpo.
E Tyson racconta.
Racconta.
Racconta.
Si commuove.
Ride.
Si sbraccia. Sembrano 1000 uomini d’acciaio . Appesantiti dagli anni ma con lo sguardo della tigre sempre ben impresso. Come quella tigre siberiana bianca che aveva in giardino e con la quale giocava a palla come fosse un cucciolo di gatto innocuo.
Questa rappresentazione teatrale poi divenuta un film si intitola “Undisputed Truth”.
Un capolavoro, per me. Tyson che si racconta senza soste. Lui con evidenti problemi di parola e pronuncia che non accenna al minimo errore, la minima balbuzie. E di questo dice “ringrazio Spike che mi ha dato fiducia e forza”.
Questa è la vera resurrezione di Mike Tyson.
Lui, oggi.
Un sopravvissuto.
Uno capace di bruciare 800 milioni di dollari di patrimonio!
Ma ancora in piedi.
E non come un pagliaccio senza dignità. Ma come un uomo libero.
“Alla mia età eri già l’unico campione del mondo. Avevi riunito tutte e tre le sigle. Sarò sempre orgoglioso di te.
I love you.”
Sono le parole del figlio, scritte su Instagram ad accompagnare una foto di Iron Mike ventenne con le tre cinture IBF, WBC , WBA sorrette fieramente da braccia e spalle che paiono fonte per quanto perfette.
Una montagna di muscoli.
Quell’acciaio forgiato in palestra da CUS D’Amato, l’allenatore che lo ha amato come un figlio, il padre che Tyson non ha avuto, trovato in uno scontroso tecnico dagli occhi dolci. D’Amato che non vide il suo Mike diventare campione del mondo. Morì pochi mesi prima della sfida con Trevor Berbick.
Quella notte in ogni pugno di Tyson c’era un po’ di CUS D’Amato. A lui il pugile devastatore dedicherà la vittoria del mondiale.
Undisputed Truth racconta tutto questo.
Tyson, il pugile.
Tyson, l’uomo.
Uno salito e sceso dal Paradiso all’Inferno tante volte.
E adesso libero.
Di parlare di sé.
E di un futuro che in molti pensavano non avesse.
Mike Tyson li ha smentiti.
Il coraggio non gli è mai mancato. Ce ne è voluto tanto per essere oggi l’uomo che arriva dal pugile di ieri.
Marco Lollobrigida (giornalista sportivo)





















